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Dicono di me

La terra, la scrittura.

Capita a molti di noi, forse a tutti, di sentire dentro, confusamente, un viluppo di pensieri non indegni e di sensazioni sulla cui validità estetica potremmo scommettere, al punto che proviamo il forte desiderio di comunicare anche ad altri le scoperte che abbiamo fatto sul conto del mondo e di noi stessi.

Il più delle volte questo desiderio rimane tale, perché i tentativi di dare forma e in qualche modo espressione ai sentimenti e alle immagini che ci urgono nella mente si rivelano goffi ed inadeguati, e insomma generalmente velleitari: così rinunciamo a scrivere un'altra poesia, dopo che le prime ci sono apparse false; così deponiamo i pennelli, dopo esserci vanamente esercitati nella pittura.

Altre volte invece capita che, magari a distanza di anni dalle prime prove, oppure in maniera improvvisa, il bisogno di espressione trovi in qualche modo misteriosamente uno sbocco, un medium espressivo soddisfacente, tale da far nascere subito la necessità di insistere, di sperimentare, di cogliere finalmente l'occasione tanto attesa.

Così è successo a Botti, il quale ha trovato nella pittura il luogo in cui manifestare se stesso.

Chi si imbarca in un'avventura intellettuale di questo genere ha la necessità, prima di tutto, di individuare un linguaggio appropriato, consonante col suo mondo interiore. 
Nel caso di Botti, questo non può essere il linguaggio della tradizione figurativa, troppo prevedibile e usurato, né quello dell'avanguardia più spinta, cui non sarebbe consentito il livello della comunicazione...

Dunque egli ha escogitato una sua forma espressiva, originale nel suo confrontare un discorso pittorico basato sulla materia, una materia scura e corposa come la terra, e sulle sue variazioni (secondo i modi di un Burri rigoroso e austero) e le risorse della scrittura, una scrittura sentita come significante eppure allusiva, gravida di possibili significazioni...

E' evidente che in tale gara, in tale confronto si riflette l'antinomia (o la fusione?) dei due piani che intersecano le nostre vite, quello della terra (o del corpo, che dalla terra deriva e alla terra ritorna) e quello della mente (o magari dell'anima, o si vorrebbe dire del logos, se non fosse che questo termine mantiene una dimensione troppo intellettuale)...

Ne derivano opere suggestive, parimenti eloquenti per la densità della materia nera che spesso le domina e per la leggerezza della scrittura, evocazione di mondi lontani, di ere anteriori a quelle classiche della cultura, ere depositarie esse stesse di una sapienza antichissima e primordiale, archetipica e ancora capace di suggerire all'uomo di oggi....

Per Botti il passato non è morto ma i suoi echi indefiniti, trasmettendosi di generazione in generazione, arrivano dentro le nostre giornate, condizionano la nostra percezione delle cose, mettono in discussione la nostra modernità, presuntuosamente definitiva.

Le scritture corsive tracciate, come seguendo l'impulso, sulla superficie morbida delle sue tele dicono il bisogno di riallacciare i legami con ciò che è venuto prima di noi, di unire più che di separare (anche in garbata polemica con i tagli di Fontana), di accogliere umilmente i segni che qualcuno, quasi un amico, ci invia dalla profondità del tempo.


Stefano Fugazza - Direttore della Galleria d'Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza dal 1993 al 2009

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Maurizio Botti
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